venerdì 23 dicembre 2011

Děkuji vám, Mistře!

In questi giorni mi sono accadute molte cose, non proprio facili, su cui avrei un romanzo da scrivere. Ma in questo momento si sono appena svolti i funerali di Vaclav Havel, un personaggio che ha segnato la mia vita e che considerero un maestro.
Ritengo quindi importante ringraziarlo.
 (mi fido del traduttore di google, se qualche amico boemo trovasse che è sbagliato, mi corregga pure)

Děkuji vám, Mistře!
Díky, Václav Havel!


L'immagine in alto è quella della lettera che avevo scritto quando avevo saputo dell'arresto di Havel e, arrivata probabilmente insieme a centiania di altre dal tutto il mondo, rifiutata e rispedita al mittente, che l'ha conservata. L'immagine a fianco è quella di uno dei pochi testi di Havel che allora si potevano trovare in Italia.

mercoledì 7 dicembre 2011

Agili senza saperlo 7 - Giovanni Semeria

Non sapevo nemmeno chi fosse, questo padre Semeria. Per me era solo il "titolare" di una delle vie principali di Monterosso al Mare. Ho messo qui un link su una sua biografia.
Casualmente ho letto una recensione ad una  raccolta di suoi scritti.
Copio le sue citazioni.

"Una squadra di undici calciatori provetti, ma incapaci di cooperazione, ognuno dei quali gioca per conto suo, sarà sconfitta da una squadra di collegiali ciascuno dei quali, conosciute a fondo le qualità ed i difetti dei compagni, se ne vale sul campo da gioco.
"Colui che più si mette in mostra è raramente, tanto nel foot-ball che altrove, un fattore di importanza reale...

Visto che pare che il padre Semeria fosse un tifoso del Genoa  ... Forza Grifoni!

domenica 27 novembre 2011

Confutazione e superamento della legge di Peter

Alla macchinetta del caffè un collega illustrava senza citarla esplicitamente la legge di Peter, o legge dell'incompetenza, secondo cui il lavoro viene svolto sempre da un incompetente. La logica è ferrea. Nelle organizzazioni per essere promosso devi dimostrare la tua abilità (competenza). Ma quando lo dimostri, (diventi competente) allora vieni promosso, e vai  a fare qualcosa che non conosci. Lui ridacchiava, ma sebbene in questo periodo abbia problemi molto più gravi per la testa, mi venne in mente come confutarla. In modo positivo ed in modo negativo.
Partiamo dal negativo, per lasciare il dolce alla fine.
1) Siamo in un momento di crisi. Non ti promuovono. Anzi, è un miracolo se riesci a fare quello di cui sei capace. Nessun problema, quindi.

2) In realtà per essere promossi occorrono due cose: o le raccomandazioni o, ancora peggio "l'immagine", "la grinta"... insomma la milano da bere degli anni 80 non ha piu nulla nelle bottiglie, ma ha lasciato fissi certi paradigmi mentali nell'immagine del manager. Quindi in questo caso, è vero si da un incarico ad un incompetente, ma non si distoglie nessun competente dal suo lavoro.

Ma veniamo alla positività.
La legge di Peter si supera ipotizzando un sistema "a rete" anzichè un sistema gerarchico. Ogni nodo della rete mette a disposizione la sua "nuvola" di competenza, cosicchè il sistema intero sia "competente". Questo concetto è spiagato bene in Management 3.0
Lascio a questo post del suo autore una spiegazione chiara e dettagliata

domenica 13 novembre 2011

L'Italia non crescerà, lo dice il pesce surgelato

Non amo la PNL, anzi ritengo che sia abbastanza pericolosa per chi la usa. Utilizzando certe tecniche per concentrarsi sul raggiungimento del risultato, è abbastanza facile perdere il "polso" del contesto e di conseguenza il "valore" del risultato che si vuole raggiungere. (vedi film Cars).

Con tutto ciò, è praticamente poco probabile raggiungere un risultato se dentro di se non si è convinti di raggiungerlo. Questo gli allenatori di calcio lo sanno benissimo.

Allora domandiamoci: "Il popolo italiano, dentro di se, vuole la crescita? Cioè, vuole quella crescita del PIL come avevamo negli anni '50 e che ora hanno i paesi BRIC? "

Per ora tralascio di esplicitare quello che è il mio pensiero. Noto che le persone che mi circondano,  non hanno come primo desiderio quello di avere più cibo o più "roba", ma quello di "essere meno stressati", di non dover fare tutto di corsa... La fretta è il nuovo nome della fame.

Obiezione: la mia conoscenza della situazione è parziale: va bene. Chi c'è l'ha più precisa? Sicuramente i pubblicitari. Allora confronterei le pubblicità che vedevo quando ero ragazzo e quelle più o meno attuali.

Quando ero ragazzo le pubblicità vertevano sull'abbondanza, sull'accessibilità del prodotto, sulle meraviglie portate dal progresso mediante la tecnica. Oggi invece o sono di tipo puramente compulsivo (anche auto e telefonia non puntano sul "progresso tecnologico") oppure su un immagine di vita più tranquilla (il mulino bianco è un esempio tipico)

Ecco un esempio che risale ormai a qualche anno fa. Quando ero ragazzo la pubblicità del pesce surgelato sottolineava la quantità del pesce che si vedeva pescato da un peschereccio e la "moderna tecnica di consevazione." Se non vado errato circa dieci anni fa invece la stessa ditta di pesce surgelato faceva vedere una coppia innamoratissima (bisogno di relazioni) in un posto isolato ma suggestivo (bisogno di tranqullità) che mangiava appunto il pesce surgelato.

Non amo Serge Latouche (anche se le sue provocazioni vanno prese seriamente). Occorre la crescita. Ma bisogna intendersi su che crescita. "Che ci serve?" O un consumismo compulsivo, o pensare una crescita non consumistica.

Chiarito questo, allora si potrà ritornare a crescere.

martedì 25 ottobre 2011

Italia, paese per vecchi. (perchè no?)

Ho sentito recentemente da qualche liberale-liberista-crescitista dire "non facciamo dell'Italia un paese per vecchi!" Ebbene, la locuzione "paese per vecchi" viene dal titolo del best-seller di Cormac McCarthy "Non è un paese per vecchi" . Evidentemente chi l'ha detto non ha letto il libro, fatto di due livelli di scrittura: i commenti del poliziotto "vecchio" e la descrizione dei fatti. Il poliziotto, abituato per anni a lottare contro malfattori, che pure avevano una certa logica ed una loro "dignità" si sente a disagio, non capisce più  la nuova criminalità che uccide "a tappeto" al di sopra del necessario per il delitto progettato. Ora se l'Italia non deve essere un paese per vecchi, significa che i rapporti devono essere di estrema ed inutile violenza?
L'Italia deve essere un paese per tutti, quindi anche per i vecchi. La ricchezza di una nazione sta nella capacità di valorizzare il diverso. Valorizzare ho detto, non solo accogliere, cioè accogliere il valore che può dare. Anche il lavoro dei vecchi.
Sul tema delle "pensioni" ci ritorno, ma ora vorrei citare un fatto che appartiene alla storia della famiglia.
Una sorella di mio nonno (la già citata suor M. Fortunata) divenne suora e visse fino a 97 anni. Ma gli ultimi anni della vita li trascorse praticamente inferma, impossibilitata a camminare, quasi sorda... Ebbene chiedeva alle consorelle di poter cucire, rammendare... insomma tutti lavori che riusciva ancora a svolgere. Inoltre nella congregazione vi erano suore addette all'assistenza delle consorelle anziane. Una suora di queste ci disse che lei, stando con suor Fortunata aveva "imparato molto"  (e suor Fortunata era assistita da lei).
Ma la società in cui viviamo è disposta ad accettare il lavoro dei "diversi"?

giovedì 13 ottobre 2011

IKEA, no grazie! (peccato, però...)

Strano, ma vero. Io sono un estimatore di IKEA, ho comprato molti articoli IKEA. Ammiro la filosofia "lean", non sul modo di produrre che ingoro, ma contenuta nei prodotti stessi.
Nella mitologia politically correct sulle multinazionali, McDonals' è "nobbuono" e IKEA è "buono".
Il mio disappunto con IKEA non è nemmeno legato alla pubblicità che rappresenta un coppia gay. (Dalle mie citazioni di don Milani e di don Giussani, si può evincere che io sono cattolico osservante, ma proprio perchè stimo quei due personaggi, non ritengo sensato perdersi in "battaglie di retroguardia"!)
Il mio disappunto con IKEA non è legato nemmeno alla polemica sulla nuova sede, la cui autorizzazione recentemente è stata negata dalla Provincia di Torino.
Il mio disappunto con IKEA non è legato nemmeno ad un prodotto che non mi ha soddisfatto, anzi è per un prodotto di cui possiedo un esemplare, e ne vorrei comprarne un altro : uno scaffale BENNO.
Ma, soprattutto da quando la IKEA non è più presso il centro commerciale "Le GRU", andare fisicamente mi porta via troppo tempo, almeno tre ore. E' molto difficile trovare tre ore libere consecutive.
Sarei disposto disposto a pagare un servizio di acquisto on-line (fornito da molti altri venditori) fino a 30 euro.
Invece IKEA, sì, ti porta a casa la roba, ma devi andare tu fisicamente nel magazzino a chiederla, proprio quello che volevo evitare.

E qui inizia il "bello". Volevo segnalare a IKEA questo problema, per convicerli ad attivare il servizio. (Lo so, non basta la mia e-mail, ma se questa fosse stata la 500esima della settimana...) Invece non è possibile fare segnalzioni.  All'IKEA - negozio fisico - c'è una "cassetta-dei-suggerimenti", ma nel negozio fisico, appunto!
Ero giunto al punto di voler connettermi al signor Ingvar Kamprad su linkedin per poter comunicare!
Non capisco questa volontà evidente di IKEA "se non vieni fisicamente, non puoi neanche parlarci". Avranno fatto i loro conti, avranno la loro "politica di qualità"... va a sapere. Ma sta di fatto che io sono fuori dal loro target di mercato e starò, purtroppo, senza BENNO.

PS: Tornando al discorso della "provincia di Torino" che ha negato l'autorizzazione, se fossi stato Saitta avrei fatto anch'io così, per "pararmi il culo". Finchè vieti va sempre bene, ma se autorizzi  potrai avere rogne, in futuro. Ma a parte questa "distorsione italica", è proprio importante andare fisicamente "in loco" per avere un prodotto standard, a catalogo?

Ho scritto questo post sperando che qualche responsabile IKEA lo legga.

martedì 4 ottobre 2011

Scrum in Churh (3 parte )

Ora mi addentro in un terreno quanto mai difficile. Partendo dall' affermazione citata  in questo post, vale a dire

"i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro, rispecchiano la nostra più profonda visone teologica" mi domando, che visione teologica sottendono le strutture organizzative qui in Italia?
So che è un discorso difficile. Io a differenza di molti miei connazionali della mia generazione o poco più vecchi, non ho avuto una infanzia giovinezza tutta "oratorio pallone servir messa" da cui poi emanciparsi tenendo alcuni buoni principi. Sebbene di famiglia cattolica, da ragazzino non frequentai oratori; il cattolicesimo fu sostanzialmente una scoperta dai diciannove anni in su. Ho gia censurato un post in cui esprimevo il mio giudizio su una certa "formazione" cattolica, e ora vado con i piedi di piombo.
Vi è subito una risposta facile. L'Italia è una nazione cattolica, la chiesa cattolica ha una struttura gerarchica, quindi le strutture organizzative che ne conseguono sono di tipo piramidale. Risposta facile da elzeviro, ma doppiamente falsa.
1) In realtà il cattolicesimo è molto più complesso. Per dirla con un immagine di Management 3.0. ha due punti di vista: carisma ed istituzione. Non mi addentro per evitare di scrivere eresie, ma ai tempi di Pio IX,  c'era il carisma di don Bosco approvato ma non "programmato" dalla gerarchia; nel quattrocento, ai tempi in cui i papi erano ad Avignone... la chiesa in Italia era trascinata da una signorina anoressica, manco suora, solo "mantellata", che poi sarà proclamata dottore della chiesa (Caterina); idem nel '500 una grande avventura religiosa cominciò da un ex militare in convalescenza (Gesuiti); oggi è S. Francesco, anch'egli un laico ma con una grande influenza nella chiesa.... Insomma l'istituzione da il benestare, ma quello che la muove è il carisma. 
2) Ma l'italia è una nazione cattolica? Dipende. Sicuramente nell'oraganizzazione del lavoro nell'età industriale il cattolicesimo ha detto molto poco. Non sto a dire che la rivoluzione industriale è stata fatta da non-cattolici, (in Piemonte Leumann, Abegg), ma per motivi storici che non sto ad indagare, i cattolici hanno giocato di rimessa. Il gia citato, grandissimo, don Bosco faceva in modo che i suoi ragazzi avessero un mestiere, firmava lui stesso i contratti (individuali) con i datori di lavoro e vedeva che venissero rispettati, ma aveva ben altro da fare che vedere come fosse l'organizzazione dentro l'opificio. 
Il modello industriale è stato copiato come un fatto ineluttabile. Ci si è ricordati di essere italiani (e quindi forse anche cattolici) in tutte quelle attività "intorno" all'azienda (solidarietà, giustizia, ridistribuzione del profitti) ma mai questo ha intaccato "dentro" l'azienda. In Giappone per esempio non è stato così.
La peculiarità italiana si è manifestata nelle attività artigianali, ma nelle grandi strutture non è emerso, che io sappia nulla di "alternativo".
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Quanto ho detto (che se qualcuno riesce a smentirmi, ben venga) ha due aggiunte.
Mi si obietterà che non si può ricavare dal Vangelo una metodologia di gestione aziendale... verissimo, ma la frase di partenza era "i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro, rispecchiano la nostra più profonda visone teologica" quindi la "visione teologica" rispecchiata è uno sdoppiamento di personalità, una visone dualistica per cui esistono argomenti dell'esistenza su cui non c'è nulla da dire.
Ma è mai esistito un approccio "cattolico" all'organizzazione del lavoro collettivo? Come ho già detto, il vangelo non è un manuale delle giovani marmotte, ma quell' insieme di desideri-indizi-riflessioni che ti fa trovare il messaggio cristiano affascinante per la tua vita, in qualche modo ti fa anche desiderare che questa assuma certe "forme" e te le suggerisce. Quindi, per rispondere all'ultima domanda, si! Sto leggendo un libro di Massimo Folador, sull'organizzazionde del lavoro e la regola di S. Benedetto. (Dopo aver letto Management 3.0 lo trovo un po' prolisso e pesante, ma è interessante)

mercoledì 21 settembre 2011

Agili senza saperlo 6 - Mia sorella

La prima (ed unica ahimè!) volta che ho visto delle Burndown chart è stato in un contesto che aveva nulla a che fare con lo sviluppo del software o  con Scrum. L'ho visto usare da mia sorella che allora era studentessa di Lettere - Filologia moderna. Calcolava "in qualche modo" l'entità del lavoro, sapeva il calendario degli esami e giornlmente si faceva su un foglio una linea di tendenza per rispondersi alla domanda: se vado avanti con questo ritmo ce la faccio per la data dell'esame? E se no, quanto dovrei studiare in più?
Ovviamente... valutare la mole del lavoro per certi esami di Lettere moderne è abbastanza facile: es. devi aver letto - dico per esempio 3 romanzi di Calvino, 2 di Pavese e 3 di ... Vattelapesca... e fai la somma delle pagine dei testi.. Ovviamente la preparazione di un esame è un lavoro individuale, non ha nulla a che vedere con i team Scrum... Ovviamente l'applicare una regola non basta per avere un "approccio" agile. Non so se mia sorella leggesse l'agile manifesto sarebbe d'accordo. Ma è intessante notare come questo strumento che le permetteva di organizzarsi meglio, le era venuto quasi "istintivo" mentre nelle aziende tanti ing. non sanno che fare stime astratte e "avanzamento lavori" a posteriori.

lunedì 12 settembre 2011

Scrum in Churh (2 parte )

Ritorno al commento di quell'articolo di cui consiglio la lettura.


Alcune note:
1) La completa adattabilità di Scrum. Nato nel contesto dello sviluppo del software, viene adattato in contesti molto diversi. L'autrice sottolinea che viene "personalizzato" anche nel lessico, quando dice che parole come "product owner" non sono molto gradite in ambito religioso.

2) Diventa evidente l'interdipendenza. Pur avendo competenze e compiti diversi, non ci si rimane chini sul "proprio compito" ma è evidente una meta comune.

3) Una cosa che non viene esplicitamente detta, ma è evidente: Scrum è un antidoto alle "conventicole". Mi spiego. In qualsiasi organizzazione è ovvio, normale e naturale che alcuni elementi sentano affinità, sensibilità o comunque intensità di relazioni tra loro più che con altri. E' impossibile pensare che in qualsiasi gruppo non si formino dei sotto-gruppi. Il rischio è che questi sottogruppi "partano per la tangente", "si isolino", "facciano e disfino" o altre frasi fatte che rendono bene l'idea. Scrum è uno strumento per permettere che  queste "relazioni forti" continuino a contribuire al progetto comune, anzi possano essere un arricchimento per tutti.

4) In un "lavoro di gruppo" ispirato a idealità forti, come può essere la partecipazione ad un'attività ecclesiale, la motivazione è sicuramente un fattore personale e precedente all'attività in se. Però è utile avere un metodo che permetta a questa idealità di emergere ed esprimersi. Una regola non potrà mai sostituire l'ideale (vedi questo mio post). Ma è anche vero che l'ideale vuole un metodo per esprimersi.
Altrimenti l'ideale diventa un'ideologia alienante come, tanto per fare un esempio ormai diventato politically correct: "Noi abbiamo dedicato il primo volo nello spazio al XXII Congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica sono sicuro che sotto la guida del Partito Leninista ognuno di voi è pronto a fare ogni cosa per la grandezza e la prosperità della nostra amata madrepatria, la gloria del nostro paese, del nostro popolo. Lunga vita alla nostra terra socialista! Lunga vita al nostro grande e forte popolo sovietico!"  (Y. Gagarin)  mentre nel quotidiano "in stracarichi tranvai/accalcandoci insieme,dimenandoci insieme,insieme barcolliamo. Uguali ci rende una uguale stanchezza." (E.A.Evtusenko)

martedì 30 agosto 2011

Un'esplosione di creatività!

Di ritorno dalle vacanze in Carnia, su cui per ora non ho intenzione di fare commenti, sono stato al "Meeting  di Rimini.
Lo definirei un'esplosione di creatività. Vorrei sottolineare il concerto dei Chieftains, spettacolo veramente esaltante e la mostra sulle Madonne d'Abruzzo che mi ha riconciliato con le visite guidate alle mostre.
Infatti pochi giorni prima stavo per menare (si fa per dire!) la guida alla mostra di Illegio. Le mostre di Illegio sono per certi versi geniali: la gente di un piccolo paese che stava per scomparire, ha deciso di "inventarsi qualcosa" per vivere. Ogni anno, gli organizzatori scelgono un tema, quest'anno era l'Aldilà, e recuperano ed espongono da giugno a settembre pezzi d'arte provenienti da tutto il mondo connessi al tema. Da un po' di anni vado a vedere la mostra e ne vale sempre la pena, ma quest'anno c'era una guida che si era preparata evidentemente su testi di Giacobbo o Peter Kolosimo o Mike Bongiorno o Berlusconi  (che odia la cultura siccome frega i laureati)...non so... ma ha sparato un sacco di fesserie.
Invece alla mostra del meeting, una ragazzina esile e poco invadente, spiegava senza soffocarti la visione.
Ho assistito ad alcuni dibattiti. Vorrei segnalare quello su "I cristiani e la politca", dove c'erano un Inglese, un Francese, un Lombardo (Formigoni),  un Brasiliano ed un Pakistano, il fratello di Bhatti, ucciso per il suo impegno nel difendere le minoranze religiose in quel paese.
Il Francese aveva l'aspetto di un democristiano, un buon vecchio democristiano onesto, un simil-Martinazzoli, L'Inglese un raffinato dialettico, colto etc.., Formigoni è un "patela-vache" ma per i numeri che dava, se tutte le regioni fossero amministrate così, le cose in Italia andrebbero mediamente meglio... però davanti all'intervento del Pakistano e del Brasiliano... mi sono sentito un po' vergognoso di essere europeo.
Vi è un particolore che mi è piaciuto moltissimo. 
Come ho già scritto nel mio post sui "liguri gentili" anche qui c'era tutto un popolo di volontari assolutamente motivati. Ho già parlato delle visite guidate. Mi piace ricordare quelli che stavano alle casse o agli stand della ristorazione, gentilissimi e che in qualche modo cercavano di "personalizzare" la loro attività. Ricordo un cassiere sui 25 anni, che aveva messo un cartello chiedendo di non dargli ancora del lei, oppure un altro che aveva messo un cartello in cui citava un passo evangelico e diceva pressapoco "non vi affanate per sapere di che mangeremo di che berremo... ma comunque sbrigatevi a deciderlo per fare lo scontrino"...

domenica 28 agosto 2011

Back to internet again!

Verso la fine di luglio ed i primi di agosto ero indaffaratissimo, poi sono stato in vacanza in un luogo irraggiungibile da internet. Quindi solo ora posso tornare a dilettare i miei lettori (ammesso che ve ne siano e le 1000 pagine visitate non siano di lettori giunti per sbaglio!)
Anche qui è come per il vecchio post Varie ed Eventuali
Bagliori nel buio.
A Pietra Ligure ho partecipato ad un concerto di una cover di Claudio Baglioni. Bravi. Il cantante sembrava proprio a Claudio Baglioni. Personalmente a me Claudio Baglioni non ha mai detto un granchè, visto che in quegli anni c'era di meglio (Battisti, Dalla, Guccini, De Andrè, Le Orme, La PFM ...) Baglioni piaceva alle ragazze. Ascoltare Baglioni era fare un gesto di cavalleria, che tutto sommato mi piaceva fare. Quella sera sono andato ad ascoltare Baglioni proprio come gesto di cavalleria nei confronti di mia moglie.
Sta di fatto che quando il cover stava cantando "E tu!" mi sono accorto che io e mia moglie ci stavamo abbracciando. Dando  un occhiata intorno a noi, ho visto che nella piazza qua e là c'erano parecchie coppie sui 50 quasi 60 anni che si stavano abbracciando o tenendo per mano.
Immagine bellissima, ma la mente è corsa al mio amico Ottavio, e poi a PierLuigi, Patrizia, Anna e (anche se ha qualche anno più di noi) Marcello. Ma se loro possono pensare che la persona che hanno avuto accanto li ha amati fino alla fine della vita (e ora li sta amando in un modo misterioso) la situazione è ben più triste per Renato, Paola ... Non concludo. Non so fare discorsi edificanti o consolatori, se non riaccorgermi che la persona che ho accanto non è una mia proprietà o conquista, è un dono .
Funerale
Ai primi di agosto sono stato al funerale del "Signor Gianni", come l'ho sempre chiamato. Erano molti anni che non lo vedevo più: era un amico di famiglia, sua moglie è la madrina di una mia sorella, mia madre è la madrina di uno dei suo figli (quello diventato un importante personaggio nel mondo della finanza) i miei genitori e loro si incontravano spesso. Ma ai primi di agosto mia sorella ed i miei genitori erano già via per le vacanze e così io sono stato l'unico della famiglia a presenziare. Siccome da qualche parte esiste una fotografia che rappresenta me con meno di tre anni in braccio all'allora meno che quarantenne Signor Gianni, mi sono sentito quasi in dovere di partecipare. Quando muore una persona che ha già superato gli 85 anni, è abbastanza facile "farsene una ragione" ma un funerale richiama sempre al nostro destino, alla nostra caducità. Alcune considerazioni.
- Nonostante la grande cultura e profondità umanità del sacerdote che ha officiato, ed ha fatto una predica in cui ha dimostrato entrambe, il rito del funerale "standard" è abbastanza soft. In questo hanno ragione i sostenitori del rito tridentino.
- Come ho detto, i membri di quella famiglia non li vedevo da anni. Vite molto diverse. Mi venne in mente che quando era ragazzo, a Massimo, il figlio diventato Amministratore Delegato della *** , quando era un po' teso, stanco o a disagio veniva un ticchio.  Al  funerale di suo padre il ticchio gli era molto evidente. Ho sentito in questo la sua "umanità". Come si suol dire "anche i ricchi piangono", e se non lo fanno, somatizzano.
- Mi è molto difficile spiegare tutti i passaggi logici, ma mi è venuta in mente la definizione di superstizione: Una società (stato, azienda, famiglia) o un individuo, per fronteggiare certi problemi ed adattarsi vantaggiosamente all'ambiente, crea certe norme di comportamento ed abitudini. Dicesi superstizione l'intervallo temporale in cui  quei problemi sono cessati o le condizioni dell'ambiente sono mutate, ma tali comportamenti continuano ad essere attuati.

giovedì 28 luglio 2011

Scrum in Church (1 parte)

niente di blasfemo!!! 
Nessuna mischia in chiesa! E' un articolo scaricato da http://scrum.jeffsutherland.com/2009/06/scrum-in-church.html molto interessante, che penso che commenterò in diversi post.
E' scritto dalla moglie di Jeff Sutherland, uno degli autori di Scrum che descrive l'applicazione del metodo, anzi del "framework" del marito, alle attività delle parrocchie della chiesa Unitariana (penso siano gli eredi di quel povero Michele Serveto che per sfuggire dall'inquisizione spagnola è finito letteralmente arrostito dai calvinisti!

Gli argomenti che apre questo breve testo sono molti. Comincio con uno che non concludo.

Ad un certo punto, citando penso un suo maestro, la signora Sutherland dice
"La teologia viene spesso definita come un discorso su Dio, ma il modo con cui noi umani ci organizziamo, riflette la nostra teologia. Siamo incoraggiati a trovare più metafore per esprimere una varietà di concetti inerenti Dio come realtà e mistero, Padre e Madre - ognuna delle quali è inadeguata. Ci viene insegnato a diventare consapevoli di come costruiamo la nostra visione del mondo e ad aprire gli occhi ad altri modi di interpretare la realtà."  Poi ribadisce "i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro, rispecchiano la nostra più profonda visone teologica".

Già su queste frasi avrei da scrivere la mia autobiografia.  
Ricordo benissimo una delle mie prime lezioni di Catechismo alle elementari. Una illustrazione rappresentava un uomo pensoso con un mantello ed un bambino con che faceva una buca per terra. L'uomo era S.Agostino che  meditava l'essenza di Dio  Uno e Trino. Il bambino  disse che voleva svuotare il mare di tutta l'acqua e metterla nella sua buca. Ad Agostino che gli faceva notare l'impossibilità dalla cosa, il bambino (un angelo?) disse che anche lui non poteva contere nella sua mente finita tutta la complessità della conoscenza di Dio. 
Con questa consapevolezza, Agostino non smise pensare l'"incontenibile" anzi il suo lavoro-pensiero divenne un pilastro della cultura umana.

La mente mi è andata anche al libro che lessi da ragazzo "La seduzione dello Spirito" di H. Cox e che mi rese "ineludibile" il problema religioso.

E' tardi. Mi fermo per ora, con una domada aperta. 
Non importa ora quale "risposta" o meglio quale "via" viene seguita in questa avventura umana. Per quel che ora voglio dire, non importa se si segue la via proposta dalla Chiesa Cattolica, dalla Chiesa Ortodossa, dal protestantesimo del XVI secolo o successivo, o dall'ebraismo o dall'islam  o anche da un agnosticismo "ponderato e ragionato" come fu per esempio quello di Norberto Bobbio. 
Ma se il tema viene saltato, di che cosa sono il riflesso i modi in cui ci organizziamo, le strutture che creiamo per ordinare le nostre vite, e il nostro lavoro ?

WIP: penso che questo post, a cui ne seguiranno almeno altri due, avrà correzioni nei prossimi giorni.

ISPM: dimenticavo di segnare nel blog che l'esame ISPM è andato bene.

martedì 12 luglio 2011

Agili senza saperlo 5 - L'Innominato

Mio figlio, seconda scientifico, leggeva i Promessi Sposi. Gli chiesi cosa ne pensasse. Mi rispose che quel testo gli sembrava un po' la leggendaria osteria di Barge, dove avevano sulla stufa un'unica marmitta, ma da lì uscivano tre primi piatti. Se l'avventore chiedeva minestra, l'oste scodellava la  minestra, se chiedeva brodo gli filtrava via la pasta, se chiedeva pasta asciutta, gli scolava via il brodo. Così nei Promessi Sposi ci sono storie nelle storie, e si può leggere da vari punti di vista. 
Mi venne in mente che anche don Milani (non ricordo più esattamente dove, se qualcuno sa la fonte me la invii nel commento, grazie!)  scrisse ad un editore di pubblicare i Promessi Sposi, in un'edizione per il popolo, a vari caratteri di stampa. Grandi per il testo indispensabile da leggere, onde evitare che chi non è abituato alla lettura, si areni in certe descrizioni; in corsivo la parole particolari: rare o che oggi hanno un uso diverso, piccoli per i brani non indispensabili, eventualmente da rimandare ad una seconda lettura... etc. Non sembra che alcun editore abbia colto il messaggio.

Tornando al tema del post,  l'Innominato, più che agile, direi Lean, che con l'approccio agile è cugino stretto.
Le reminescenze scolastiche dicono che l'Innominato era cattivo, fa rapire Lucia per conto di don Rodrigo, ma la notte stessa (la famosa notte dell'Innominato) veglia ponendosi drammaticamente domande esistenziali quasi all'orlo della disperazione: Il mattino dopo viene ricevuto da Federico Borromeo e "diventa buono". Finito lì.
Invece il bello deve ancora venire: e quel personaggio che poteva parere quasi "finto" diventa veramente simpatico.
Succede che calano i Lanzichenecchi. L'Innominato abitava in un luogo che Manzoni chiama prima castellaccio, poi quando il proprietario diventa buono palazzo, ma comunque rimane sempra dov'era, ed era in un luogo inaccessibile per chi volesse recarvisi con intenzioni bellicose.
Allora l'Innominato si adopera perchè
1) per i Lanzichenecchi sia proprio inaccessibile.
2) per dare ospitalità a degli abitanti di paesi vicini che si trovavano sulla strada dei Lanzichenecchi.
Propongo quindi la seguente sequenza di letture 

Promessi sposi capitolo 28, oltre la metà dove descrive la vita nel lazzeretto :
(s'era bensì ordinato che la paglia fosse fresca e a sufficienza, e cambiata spesso;  S'era ugualmente ordinato che il pane...)


Promessi sposi capitolo 29 ultimi paragrafi Ma quando, al calar delle bande alemanne....  Lui intanto non istava mai fermo; dentro e fuori del castello, su e giù per la salita, in giro per la valle, a stabilire, a rinforzare, a visitar posti, a vedere,...
 Promessi sposi capitolo 30 e fare per l'appunto il paragone con la convivenza coatta di chi fuggendo dai Lanzichenecchi si era rifigiato dall'Innominato, a quella dei rinchiusi nel lazzeretto.

Ma da lettore fantasioso e tifoso quale sono mi sarebbe piaciuto che nel capitolo 30 ci fosse stato un altro episodio. 
Tra coloro che avevano trovato rifugio dall'Innominato c'era anche Agnese che per non mangiare il pane a ufo insieme alla compaesana Perpetua avevan voluto essere impiegate ne' servizi che richiedeva una così grande ospitalità; e in questo spendevano una buona parte della giornata; 
Avrei voluto veder sbocciare l'amore tra l'Innominato e Agnese. Amore che sarebbe dovuto poi terminare in un matrimonio: non so allora, ma adesso la chiesa celebra il matrimonio tra persone che non sono più in età "feconda" e mi sembra una cosa sensata.  
La mia prozia Teresuta, suor M. Fortunata, quando ero scapolo e più che trentenne, mi accolse con un "non è bene che l'uomo sia solo!" e sempre lei, con la sua saggezza che mescolava le mistiche del '500 con il buon senso della popolana carnica, spiegava che, come nelle partite a briscola, quando uno non riesce a giocare i carichi, se li tiene in mano e deve giocarli negli ultimi giri, quelli in cui non si prende più dal mazzo, così anche il diavolo si trova "i carichi in mano" verso la fine.. e si gioca proprio tutto. In questi momenti, non è bene che "l'uomo (o donna) sia solo". Avrei visto bene Agnese e l'Innominato accompagnarsi nell'ultimo tratto della loro strada.
(e ovviamente il viagra non sarebbe servito a nulla!)


lunedì 4 luglio 2011

Ho visto anche dei liguri gentili....

E' quasi un luogo comune che la riviera adriatica, soprattutto romagnola, da un punto di vista estetico non sia un granchè, se paragonata con quella ligure. Ma i romagnoli s'ingegnano per attirare i turisti, mentre i liguri li trattano sgarbatamente. 
A me personalmente le generalizzazioni non piacciono. I gestori dei bagni in cui andiamo, l'agente da cui affittiamo la casa ed il macellaio, sono persone cortesi nei parametri della cortesia valida per un torinese. Ma obiettivamente a volte ho trovato in Liguria dei gestori di servizi veramente antipatici e non ho mai visto l'atteggiamento cerimonioso dei romagnoli.
Invece in questo fine settimana sono stato colpito dalla gentilezza, simpatia e cortesia dei liguri. Si tratta dei cassieri e personale dei chioschi della "Sagra Campestre di S.Antonio" di Pietra Ligure.
Come in altre sagre dei dintorni frequentate negli anni passati (Porchetta di Magliolo, Fugassin di Borgio) il cibo era buono ad un prezzo conveniete. Ma veramente sono stato colpito dalla simpatia del personale in maglietta gialla. Chissà come mai erano così gentili? Ovvio, non stavano lavorando; erano volontari!!!
(rif)



mercoledì 22 giugno 2011

Lampi

Con un po' di ritardo, riprendo a raccontare del corso di Project management, ovviamente riferendomi agli addentellati filosofici ed esistenziali.
- Lo Standish Group  riporta a varie scadenze temporali, i dati sui progetti monitorati: la percentuale di quelli che hanno avuto successo, di quelli falliti (cioè stoppati prima della conclusione) e di quelli che sono stati conclusi, ma con tempi e costi di molto fuori del previsto. Mentre per i primi la percentuale tende ad essere di circa un terzo, degli altri varia nel tempo.  Riporta anche le cause. Nei vari periodi le cause variano, ma cause che possono chiamarsi "inadeguatezza di competenze tecniche" o non compare o nei rari casi in cui compare è piuttosto secondaria. Invece sono sempre rilevanti cause tipo "mancato coinvolgimento degli utenti", "disaccordo con i committenti" e simili. Insomma, l'insuccesso è dato dall'incapacità di capire o adeguarsi al bisogno che ha fatto nascere il progetto. La mente mi è saltata a quando ero studente universitario e amici in università mi avevano proposto di andare a fare quello che oggi si chiamerebbe tutor, in un doposcuola per ragazzi delle medie inferiori, a gratis, oggi si chiamerebbe volontariato. La cosa mi entusiasmò, ma quando lo dissi in casa, pensando che i miei genitori condivisessero il mio entusiasmo, loro me lo vietarono, dicendo che era più importante lo studio bla bla.... ecco, invece professionalmente sarebbe comunque stato più utile, studiare un paio di ore in meno alla settimana, ma imparare a capire che il bisogno degli altri non lo definisci tu, e quindi diventare più capace di "ascolto" !!!
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L'altro aneddoto si riferisce al caso "storico" di uno stabilimento Toyota in Corea. La produttività era bassa e i manager cercavano di capire i motivi. La soluzione fu ipotizzata da un'addetta alle pulizie che indicò nella presenza dei moscerini, molto presenti in quella zona, una causa di fastidio che rende il tutto più sgradevole e diminuisce la concentrazione. La sua idea fu presa in considerazione: furono realizzati impianti per eliminare la presenza dei moscerini (brevettati e venduti anche nelle fabbriche dei dintorni) e la produttività aumentò. 
Ora mi domando: nella serva Italia, ci sarebbe mai stato qualche manager che si sarebbe abbassato ad ascoltare una donna delle pulizie? 
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PS perchè ho messo don Milani e don Giussani nei tag? Perchè "scuola popolare" linka don Milani e quel doposcuola era diretto da delle suore che si richiamano al carisma di don Giussani.

domenica 12 giugno 2011

Chi sono i tuoi Stakeholder ?

Cosa che non credevo di dover mai fare in vita mia: mi sono preso tre giorni di ferie per partecipare, pagando di tasca mia  -anche questo pensavo di non doverlo mai fare - ad un corso di project management. Il corso era propedeutico all'esame per la certificazione ISIPM. Più  o meno erano cose note, inoltre l'esame è saltato perchè l'esaminatore era impegnato ai seggi per il referendum. Però avevo proprio bisogno di fare qualcosa di interessante e gratificante....
Il corso approfondiva i temi elencati nel manuale di base dell'ISIPM. Mi è venuta voglia di approfondire e ove necessario correggere, o meglio precisare, quanto detto in miei post precedenti. In particolare Project management esistenziale  e correlati.
Il problema che ponevo è: visto che la nostra vita si può considerare un progetto (complessità, unicità, durata determinata) come possiamo individuare dei criteri di successo?
Secondo ISIPM, la decisione dei criteri di successo è dello sponsor del progetto.
Avrei quindi potuto intitolare il post : Chi è il tuo sponsor? ma temo che il discorso sarebbe diventato complesso (lascio al lettore il piacere di continuare questo tema).
Da una delle domande della simulazione d'esame, si evince che uno dei fattori per il successo è la soddisfazione degli stakeholder. Ma gli stakeholder, tra cui evidentemente lo sponsor del progetto è il principale, non sono tutti uguali. Hanno diversi bisogni, a volte contrastanti fra loro. Quindi:
  • Occorre individuare tutti gli stakeholder.
  • Capire le loro aspettative, anche inespresse.
  • Definire una priorità tra gli stakeholder
....e qui, per quanto riguarda il nesso tra la vita ed il progetto ci sarebbe già da meditare.
Chi sono gli stakeholder della tua vita? Cosa vogliono da te? Chi tra essi è prioritario?

mercoledì 1 giugno 2011

Agili senza saperlo 4 - The housemartins

Questa volta il mio post è decisamente faceto.

Gli Housemartins sono un gruppo vocale di cui l'unica canzone che abbia mai sentito si intitola Caravan of love e risale agli anni 80. Non so null'altro di loro:  che facce avessero, cosa abbiano fatto dopo l'evidente scioglimento del gruppo e tutto sommato non mi interessa. Se mi interessasse potrei sempre cercarlo su wikipedia.
Quella canzone mi piaceva moltissimo per la musica e mi piaceva molto la loro esecuzione, totalmente vocale: solista e coro, senza strumenti.
Che c'entra questo con l'approccio agile:
In XP si parla di StandUp meeting, le riunioni fatte in piedi per evitare che si prolunghino. Anche il Daily Meeting di Scrum è bene farlo - oltre che puntuali, sempre alla stessa ora e allo stesso posto -  pure in piedi.

Orbene: contate nella canzone quante volte si ripete "Stand up!" e con una vivacità che verrebbe proprio da prenderla come inno di una azienda che vuole essere agile.
Inoltre c'è il verso "Every body take a stand" ognuno prenda posizione. Questo ricorda la tecnica di poker planning, suggerita da Scrum.

(PS riuscirò mai nella mia vita professionale imbattermi in un azienda dove questo approccio venga preso in considerazione?)

domenica 22 maggio 2011

Viagra? No grazie, Testamento.

Invecchio, io. Me ne rendo conto: lascio che la parte consapevole di me sia avvertita dall'inconscio. L'inconscio ascolta il corpo, il suo modificarsi; l'inconscio ascolta ascolta la psiche, il suo evolvere.  Io ascolto l'inconscio: me ne rendo conto: invecchio.
In questi giorni sono venuti alla ribalta due "potenti", rispettivamente un francese ed un italiano, protagonisti di avventure sessuali "chiacchierate". Entrambi sono anagraficamente  più vecchi di me (l'italiano anatomicamente potrebbe essere mio padre, nel senso che quando nacqui aveva già superato l'eta in cui un ragazzo si sviluppa) .
Evidentemente essi hanno messo un filtro al loro inconscio. Non  parlo del francese, non conosco abbastanza bene il suo mondo. Ma so benissimo come funziona il mondo dell'italico satiro. E' un uomo di marketing. Esistono tecniche di marketing che si ispirano alla PNL e fin lì andrebbe bene (per modo di dire). Vi sono poi del "furbi" che usano la PNL per raggiungere i "loro obiettivi". In questo modo, per vincere le loro inibizioni, esitazioni, per accorgersi di fare dei passi giusti sul percorso che si sono definiti, usano tecniche PNL per "ingannare la loro mente". Il modo migliore per non "sentire".
Immagino che il satiro italico, si auto-illuda che le donne che lo circondano siano attratte dal suo fascino e dalle sue galanterie, non dalle opportunità economiche e professionali che lui offre. (Così come manager si illudono di andare sulla strada giusta e se i risultati non ci sono, usano l'alibi della "crisi")

Su quel tema, come suol dirsi "ho ceduto le armi". Non che non sia più sensibile al fascino femminile, anzi, sono sensibile solo al fascino femminile. Non faccio più molto caso alle forme fisiche, ma allo stile, ai gesti, al modo di parlare, addirittura al lessico.
Quand'ero giovane e scapolo, rimanevo colpito dalla bellezza di Gong Li, Witney Huston, Ewa Froeling (la madre di Fanny e Alexander)...
Si vede che il mio inconscio voleva spargere il mio codice genetico in tutte le razze umane, anche se poi ho sposato una piemontese di cui sia ha testimonianza di avi in Piemonte fin nel medioevo!
Ora, ma mia moglie non ha motivo di ingelosirsi, mi affascinano di più Marina Corradi ed Elena Loewenthal (tanto per dire il fascino del lessico!).
Il mio inconscio sa che non devo ormai più fare figli. Sa che devo trovarmi eredi. Ma, come dico nella mia versione in piemontese di "teach your children well", essendo senza terreni la mia eredità è il mio "lavoro-pensiero".  La offro sicuramente a mio figlio e sono grato della compagnia di mia moglie per realizzare questa offerta, per trasformare il figlio in erede. (e collaboro con lei per rendere eredità anche il suo "lavoro-pensiero". )
Ma essendo il pensiero un bene non numerabile, non impacchettabile, sento che la mia eredità può essere "sparsa ed accolta" senza limiti. Occore, oltre averla, imparare a raccontare (offrire) in modo affascinante.

Perchè ho scritto questo testo? Boh forse perchè spero di aumentare il numero dei visitatori grazie a una parola del titolo.....

lunedì 9 maggio 2011

Agile senza saperlo 3 - I difensori di Stalingrado

Dopo una lunga assenza riprendo questo blog e il tema "agile senza saperlo".
Questa volta i protagonisti sono i difensori di Stalingrado, così come me li ricordo descritti nella più grande opera letteraria del XX secolo, vale a dire "Vita e Destino" di Vasilij Grossman.

L'Unione Sovietica era la patria della "pianificazione". Tutta l'attività umana si doveva svolgere secondo piani prestabiliti: nulla era lasciato al caso, all'iniziativa del singolo. (La descrizione del mondo sovietico viene raccontata secondo me, in modo succinto ma efficace in Tabula rasa elettrificata di Giovanni Lindo Ferretti.)
Invece durante gli eventi bellici, tutta una serie di strutture prestabilite "saltano" e i difensori diventano protagonisti delle loro vicende seppur tragiche. In particolare quelli della "casa 6/1", guidati dal comandante Grekov, che sebbene moriranno sotto il fuoco tedesco, vivono dei momenti di libertà mai conosciuta e grazie a questa sensazione saranno capaci di combattere da eroi.
In modo estremo viene descritta l'importanza dell'essere motivati, dell'essere coinvolti, della leadership (il comandante Grekov),della comunicazione efficace, delle decisioni rapide.

Ma sempre su questo tema e sempre sull'Unione Sovietica, ecco un ricordo personale. Andai in URSS nell 1998, ancora URSS ma già era Gorbacev. Trovai i ristoratori, baristi, negozianti, impiegati delle poste e delle biglietterie più cafoni che avessi mai incontrato, ma nel contempo le persone più gentili e ben disposte a dare informazioni al passante con difficoltà nella lingua che mai potessi immaginare. Probabilmente perchè agivano fuori dall'ufficialità, e allora potevano sfogare il loro umano desiderio collaborativo che la rigidezza "professionale" non prevedeva.

domenica 1 maggio 2011

Check List, Lesson learned










 Siccome in questo post avrei potuto offendere il 60% dei cittadini italiani, anche se con ragione, per la prima parte, ho fatto intervenire la


Come insegnano le tecniche di project management è molto importante interrogarsi su come si sta procedendo, ma questo può ridursi - e l'esame di coscienza si riduceva spesso così - ad una check list di cosa da fare o evitare. E siccome siamo più avvocati che scienziati, soprattutto nell'intimo di noi stessi...
Nei molti testi di project management letti, tra cui Ken Schwaber Agile Project Management with Scrum (Microsoft Professional)  ed il manuale per la certificazione ISIPM, si parla di lesson learned.
Nella mia ricerca metafisica/esistenziale (che orrore di temine, ma lasciamolo) ho avuto la fortuna (Grazia) di aver incontrato un'esperienza cattolica con un altro metodo. "Come la realtà ti interroga? Cosa hai imparato da quello che hai vissuto? Come verifichi che la fede .... su quello che stai vivendo?"
Insomma, non una chek list, ma cercare nelle circostanze della vita una lesson learned.
Poi la lesson learned spesso non la utilizzo l'iterazione successiva... be' qui siamo un po' troppo nel personale

lunedì 18 aprile 2011

Berlusconi Obama Sarkozy l'orologio e il pendolo doppio

Ho letto articoli di autori di area liberale  delusi dall'attuale governo, perché speravano in una riduzione della pressione fiscale, liberalizzazioni e semplificazioni. Berlusconi, ma soprattutto il de-facto capo del governo, Tremonti, non hanno realizzato quanto loro si aspettavano.
Analogamente in Francia, il gradimento di Sarkozy è al minimo. La sinistra lo incalza, e l'elettorato di destra si rivolge ad altri leader.
Anche l'indice di gradimento di Obama è scarso. I suoi oppositori continuano ad essergli contrari, mentre coloro che l'avevano sostenuto sono delusi perchè non vedono il change per cui lo avevano votato.
Non ho approfondito cosa avviene in altre nazioni.
Perchè i politici non realizzano le promesse elettorali? Non credo per una disonestà intrinseca della categoria.

Ritorno a Management 3.0 e alla differenza tra complicato e complesso.
L'orologio è un esempio di sistema complicato nella sua struttura, ma molto semplice, assolutamente predittivo come comportamento.  Lo carichi, lo regoli, magari, come fanno molti, con qualche minuto avanti per stimolarti a fare in fretta, e l'orologio, se non si rompe, si comporta in modo conseguente.
Il doppio pendolo, come mostra questo video, ha una struttura semplice, ma è piuttosto imprevedibile nel suo movimento.
I programmi elettorali ed in generale l'approccio che viene fatto al dibattito politico ha come paradigma l'orologio. Basta fare un decreto, stanziare dei fondi ... e le cose si regolano di conseguenza.
Invece la società è complicata come un orologio, ma è anche complessa più di un doppio pendolo. Non tenere conto di questa complessità è la causa dell'inefficacia di molte azioni della politica, (e delle svolte autoritarie nel tentativo di renderle efficaci, ma qui si è aprerta una parentesi su un tema che ora non intendo affrontare).

Per questo, nella fattispece della situazione italiana, è assolutamente inutile il premio di maggioranza, per dare al governo una maggiore stabilità. (Ne abbiamo visto uno durare solo due anni ed un altro non essere più stabile dei precedenti).
Ma allora ? Management 3.0 potrebbe essere una lettura utile anche per i politici. Se si vuole un cambiamento, occore che la società che di fatto si auto-organizza tramite lobby esplicite, nascoste o correnti di pensiero, senta il disagio per il non cambiamento e faccia sentire il disagio agli stakeholders che al cambiamento in prima battuta si oppngono. Quindi, i rappresentanti dei cittadini formalizzeranno e promuoveranno il cambiamento emerso nella società.

(prima o poi continua....)

domenica 10 aprile 2011

Management 3.0 e le trote di Avigliana.

Dopo alcuni intoppi dovuti a problemi personali, sono finalmente riuscito a leggere Management 3.0 di Jurgen Appelo.
Ottimo!
Alcuni commenti:
Mi è piaciuto il fatto che nello spiegare certi comportamenti, JA si riferisce sia alla biologia sia a fatti personali, in particolare al suo rapporto con la guida dell'auto. Questo mi conforta, dopo aver ricevuto un'educazione che ha come obiettivo la schizofrenia,  in cui si dice che "le cose della vita seguono certe regole, ma sul lavoro invece..."
Questo è un atteggiamento che io invece ho sempre aborrito. Ed ecco un altro testo (infatti non è il primo che ho letto in tale senso) che fa vedere la realtà come "una ed intera".

Mi è piaciuto Management 3.0 anche perchè non è un Manuale delle giovani marmotte. (Junior Woodchucks Guidebook)
Approvo i suoi depends . D'altra parte come già ho citato  in questo post riferendomi ad un'intervista di Ken Schwaber, ed il concetto è ribadito anche da  Craig Larman  in Lean Primer :
L'approccio agile e lean sarebbe in contraddizione con se stesso se si cristallizzasse nel seguire rigidamente certe regole, invece di essere una filosofia in cui certe regole sono strumenti per attuarla.

Cosa c'entrano le trote di Avigliana?
Nella ditta di cui sono dipendente ho inutilmente cercato di portare un po' di pensiero agile. Avevo fatto il paragone dell'introduzione di Scrum con la regola dei frati. Dicevo che certe regole sono utili, perchè tra i frati ci sono personalità molto diverse: brillanti intellettuali un piuttosto eccentrici, avanzi di galera che desiderano cambiare la loro vita e tipi buoni ma un po' imbranati. Come fa gente simile andare d'accordo (e da quasi duemila anni)?  Sono  mossi da un ideale, certo, ma viene reso concreto con delle regole precise (la famosa Regola che ha ogni Ordine Religioso).
Ma se queste regole diventano fine se stesse, dimenticando l'ideale, succede come nel racconto delle trote Avigliana. Si dice che ad Avigliana anticamente ci fosse un convento dove vivevano dei frati dimentichi degli ideali. Siccome la regola impediva loro di mangiar carne durante la Quaresima, appendevano le cotolette all'amo, le immergevano nel lago, le tiravano fuori dicendo "Che bella trota ho pescato!".

sabato 26 marzo 2011

un progenitore comune

Precarietà nel lavoro, meno matrimoni. Alcuni sostengono che i giovani rimandino il matrimonio, apppunto a causa del lavoro precario. Ho qualche dubbio: il posto sicuro è una fissazione della generazione che si è sposata negli anni '50 e '60. I nostri nonni e le nostre nonne (le fantastiche ragazze del 99!) non la pensavano così, e nemmeno le generazioni precedenti. (per fortuna, altrimenti ora noi non ci saremmo!)
Purtroppo il "benessere" degli anni 60 ha forzato dei paradigmi che stentano a morire, nonostante sia morto il "benessere" : quindi forse un legame di causa effetto tra la crisi del lavoro e la crisi dei legami matrimoniali esiste.
Ma sono più convinto che entrambe le crisi siano legate da un progenitore comune: l'incapacità di dare fiducia.
“Vorrei vedere, dare fiducia, con la gente che c'è in giro adesso!”
Di personaggi di tutti i tipi ci sono sempre stati, ma mella civiltà passata tutto era più semplice. Il lavoro prevalentemente forniva servizi e prodotti noti e definiti, che implicavano conoscenze e mansioni stabili e definite. Anche tra i coniugi vigevano ruoli noti e definiti
Ora è tutto più complesso. Ma alla complessità si aggiunge il peso che coniuge o datore di lavoro - capo si fanno delle aspettative sul partner o dipendente.
Nel matrimonio ci si aspetta dal coniuge una "soddisfazione" una "felicità" che non è contemplata nè nel rito civile italiano nè nel rito cattolico. Il “capo” tende a vedere nel “collaboratore” uno che fa quello che non riesce a fare lui: una protesi di se stesso, così come un coniuge guarda l'altro coniuge come la sua metà (brrr!).
Invece gli altri sono proprio altri, e da questo fatto nascono grandi delusioni (o possono verificarsi piacevoli sorprese!).

Ho finalmente quasi finito di leggere Management 3.0 di Jurgen Appelo. Ci sono considerazioni piuttosto interessanti su come collaborare in con persone che sono veramente “altro” da te.
In molti punti si evince che l'autore non è in sintonia con quelle che è la dottrina cattolica. Peccato, altrimenti i parroci lo coinvolgerebbero molto volentieri a tenere corsi ai fidanzati per prepararli al matrimonio!

martedì 15 marzo 2011

Agili senza saperlo 2 - don Milani

Il nuovo personaggio agile "senza saperlo" è don Milani, e non mi riferisco nella sua opera ai valori e principi dell'agile manifesto, ma quanto al "framework" Scrum.
Devo fare una premessa, che si rifà ad una citazione di don Milani che ho letto quando avevo quattordici anni ed ha segnato la mia vita.  Ad un amico comunista che lo elogiava, risponde di fare attenzione perchè un giorno l'avrebbe tradito. Infatti quando il comunismo avrebbe avuto il potere e gli emarginati di oggi avrebbero avuto una vita dignitose etc... siccome nessun sistema umano risolve tutti i problemi, ci sarebbero stati altri poveri, altri reietti, e lui sarebbe stato dalla loro parte. Oltre al fascino di questa posizione, che dopo un lungo corso continua a contribuire a rendermi affacinate l'esperienza cristiana, mi ha colpito e segnato la certezza della non esistenza di un "silver bullet", di un sitema comunque risolutivo...
In ciò si rifa a Scrum che, come afferma uno dei sui coautori in questa intervista , non vuole essere una metodologia che da una risposta a tutte le domande, ma un "framework adattativo".
Poi nel legame don Milani - Scrum mi piace pensare come è stata fatta la "lettera ad una professoressa" (tra l'altro uno dei testi più incompresi della storia, ma tralascio questa polemica) E' stata scritta dall'intera classe con un metodo di lavoro collettivo, molto interessante. Di Scrum mi piace molto la pratica del poker-plannig,
in cui tutti sono obbligati a dare il loro contributi. Se le valutazioni convergono hanno buone possibilità di essere corrette, se divergono allora vuol dire che a qualcuno sta sfuggendo qualcosa . Ma attenzione, non c'è un primo che parla ed influenza gli altri, tutti fanno la loro valutazione ed insieme scoprono le carte.

domenica 6 marzo 2011

La nascita della tecnologia

Avevo in mente di proseguire con i post sugli "agili senza saperlo", ma un fatto molto triste mi  ha costretto ad andare a ripescare dal solito manufatto testuale che non andrà mai alla fine, questo brano.

Delle trasmissioni televisive che guadavo da piccolo, quello che ricordo meglio sono le sigle. C'era un programma per i ragazzi con una sigla che mi pare si intitolasse Archimede Pitagorico. La melodia era simpatica, il ritmo molto frizzante e il testo descriveva tutte le cose eccezionali che Archimede Pitagorico realizzava "...mentre noi stiamo qua, tutto il giorno a ballar".
Era evidente: la tecnologia è una cosa per sfigati. I tecnici al lavoro, da soli, e gli altri,"noi" cioè in compagnia, a divertirsi, allegramente.
Probabilmente avevo indovinato. Risalgo nella notte dei tempi e in fondo alla valle scorgo un gruppo dei nostri pelosi ciondolanti progenitori. Insieme stan cacciando carni vive: bocche affamate, braccia forti scagliano selci aguzze con furore. Improvvisamente la belva braccata, prima di cedere ha un impeto e colpisce il prode Ühhüö (che nomi strani avevano i nostri progenitori!). Non lo uccide, ma lo rende sciancato. Un cacciatore in meno, una bocca da sfamare in più, la legge di sopravvivenza del clan è ferrea. Ma dallo scimmione emerge quel quid che lo fa balzare di un gradino sulla scala dell'evoluzione. Parla il saggio Höühö.
"Non priviamoci del nostro amico Ühhüö! Pensate: di solito quando noi terminiamo la caccia, tornati al villaggio ci aspetta un altro compito: procurarci le armi per la prossima battuta. Invece da domani questo lavoro lo farà lui per tutti, mentre noi siamo a caccia." Dovendo preparare non solo un'arma, ma molte ogni giorno e con un giorno di anticipo, Ühhüö perfezionò sempre il suo lavoro ed il prodotto del suo lavoro. Si ebbero così armi migliori. I cacciatori inoltre, svincolati dalla necessità di procurarsi loro stessi le armi, potevano affrontare battute di caccia più lunghe e lontane. Quando nel clan ci si accorse che il giovane Ëühüö era gracile, Ühhüö ormai vecchio, se lo prese con se e gli rivelò i trucchi del mestiere.
Mi piace pensare che questa sia la storia della tecnica. Quando una società per includere degli individui che altrimenti sarebbero reietti, si ristruttura ampliando il campo di interessi, progredisce. Quando si fissa su pochi modelli vincenti ed esclude il diverso, decade. Sparta per migliorare la potenza militare eliminava i ragazzini gracili, ma di potenze militari ne sono passate tante nella storia: dimenticate. Oggi, direttamente o tramite il geometra l'idraulico e lo psicanalista incontriamo ancora Euclide Archimede e Sofocle: greci, ma non Spartani.

domenica 27 febbraio 2011

Prova funzionamento slideshare

Ho inserito questo post per 1) provare il funzionamento di slidesahre 2) per sottolineare una aspetto di Scrum poco focalizzato. Questo aspetto avrebbe risolto molti problemi di convivenza aziendale, se fosse stato adottato questo approccio....

http://www.slideshare.net/BarbaFroid/con-scrum-ok

domenica 20 febbraio 2011

Agile senza saperlo: 1 - Don Giussani

Avevo in mente una serie di post dedicati a personaggi esterni al mondo dello sviluppo software, ma che in qualche modo hanno seguito i valori e principi dell' agile manifesto. Mi interessa raccontare che esiste una saggezza umana, una "sapientia cordis" con cui affrontare la realtà, anche lo sviluppo del software. 
Contravvenendo alla scaletta che mi ero fatto ho pensato di cominciare con don Giussani, per farlo quasi coincidere con l'anniversario della sua scomparsa (come sul dirsi, perchè è più che mai presente!).

Non starò a dilungarmi sul "Responding to change over following a plan" : sono molte le citazioni di don Giussani in cui lui afferma di non aver mai voluto "fondare" nulla, ma di aver obbedito al Carisma. Ancor più citazioni sull' "aderire alle circostanze".
Invece per quanto riguarda il principio "The most efficient and effective method of  conveying information .... is face-to-face conversation" vorrei citare un episodio personale. Don Giussani l'avevo visto alcune volte mentre parlava da un palco, ma a pochi metri di distanza, a faccia a faccia, mi capitò di incontrarlo a New York.
Sapevo che sarebbe andato lì, ad incontrare le comunità di CL allora nascenti e di cui facevano parte soprattutto ragazzi italiani andati in USA a fare dei Master o vari corsi si specializzazione. Io avevo appena finito una parte della mia attività lavorativa in Pennsylvania (vedi post) Presi qualche giorno di ferie prima del ritorno in Italia e mi fermai a New York. 
Per farla breve, ad uno dei tanti incontri che don Giussani tenne in città,  un tale chiese la ragione del trovarsi per la "Scuola di comunità". Non bastava, diceva questo ragazzo, assegnarsi un testo e studiarselo singolarmente? Cosa serviva trovarsi in gruppo ad intervalli regolari per approfondire la comprensione ed il confronto su quanto stiamo vivendo? 
La risposta di don Giussani non la ricordo nei minimi dettagli, ma un discorso simile al suo l'ho letto in seguito, in The Scrum Primer di Pete Deemer, Gabrielle Benefield, Craig Larman, Bas Vodde, quando viene criticato l'approccio waterfall. La stesura di un documento scritto prevede un passaggio di astrazione rispetto alla realtà e la sua lettura aggiunge un altro passo di astrazione. Quindi non si ha nessuna garanzia che il messaggio sia capito e compreso senza essere frainteso.  Occorre (anche) parlarsi. Inoltre, secondo altri autori, la miglior forma di comunicazione è quella verbale supportata da schizzi/ schemi... e l'immagine di don Gius più famosa è sicuramente questa. 
(e poi il cristianesimo è un incontro!)

domenica 13 febbraio 2011

Varie ed eventuali

Sono stato un po' lontano dal blog e riassumo velocemente alcuni punti degli eventi di questi giorni (con qualche nesso con il tema che vorrei emergesse dal blog).
Management 3.0
Mi è arrivato il libro Management 3.0 di J.Appelo (che ringrazio ancora) e mi accingo a leggere.
Decimo anniversario dell'Agile Manifesto.
Sono già passati 10 anni, ed in Italia continua ad essere una novità o una stranezza per hobbisti, senza impatto sulle grandi aziende. Povera Italia!
Anniversario delle morte di Eluana.
Che c'entra con questo blog? C'entra con il post Project management esistenziale. Un incidente così grave, secondo la definizione  classica, porterebbe a considerare il "progetto esistenza" = fallito . Ma secondo una definizione più "complessa"? Per quanto riguarda "la soddifazione personale e l'eccellenza tecnica" è un mistero che conosce solo lei e su cui nessuno può dire nulla. Ma per quanto riguarda il beneficio che apporta all'organizzazione, (il ROI) questo episodio ha messo a dura prova, anzi ha fatto affrontare la massima prova, che una qualsiasi organizzazione può affrontare "La capacità di accogliere ed integrare il diverso" e l'ha fatto nel modo più duro che si possa immaginare. Siccome secondo me l'integrazione del diverso è la chiave di sopravvivenza di una civiltà,  tornerò su questo tema. Da questo test, la vicenda di Eluana , la società italiana, non mi pare uscita bene.
Berlusconi.
A parte le varie considerazioni che vorrei fare (Ha ragione Violante!) ce n'è una correlata con questo blog. Possibile che un uomo potente, ricco etc... si diverta peggio che un marinaio sbarcato in un porto dopo mesi di navigazione? Forse conviene ridefinire il concetto di successo.
Egitto e Tunisia.
Mi sento fraternamente legato al popolo tunisino ed egiziano in questi loro giorni pieni di difficoltà speranze e paure. Ero stato per lavoro in Tunisia nel 1996 e ne avevo avuto un impressione ottima. La gente, soprattutto i giovani e i cittadini, parlano normalmente francese e arabo, in più molti imparavano l'inglese e l'italiano. Gente sveglia e istruita. Anche dalle statistiche si vede che è una generazione ad una scolarità molto alta in assoluto, ed in particolare nel mondo arabo. Eppure le prospettive di lavoro sono bassissime, inadeguate allo studio. In questo mi sento loro fratello: anch'io laureato, 30 e più anni di lavoro di discreto livello, oggi  ho uno status sociale minore di quello di un bidello.
Dell'Egitto: ho avuto l'onore di ascoltare alcuni anni fa una "lezione" del prof. Wael Farouq . Mi ha fatto cadere molti pregiudizi che avevo nei confronti degli islamici. Pensavo che, "bloccati" dal Corano, gli islamici fossero magari anche persone pie e guidate ad una vita onesta, ma non "colte", come i maestri Zen o i vari "dottori della Chiesa" e loro discepoli. Mi ha fatto ricredere. Ora ho letto avidamente le sue interviste che sono riuscito a trovare sui fatti di questi giorni. Immancabilmente redarguisce l'occidente per la sua doppiezza, ambiguità, calcolo degli interessi di bottega sulla pelle dei popoli. (Lo fa in modo molto elegante, me è così).
Ha ragione Pagheremo caro, pagheremo tutto!

martedì 25 gennaio 2011

Dalla fabbrica senza operai all'azienda senza capi?

In due miei post precedenti (1 e 2) avevo raccontato delle mie esperienze nella factory automation (e in quegli anni era anche trandy la voce office automation).
Abbiamo visto, e magari ci tornerò, che la factory automation, non ha dato i risultati che allora ipotizzavo: ancora morti sul lavoro, i nuovi lavori nel terziario non così qualificanti, la globalizzazione...

E ecco al titolo del post, volutamente provocatorio: in relatà io non ho nulla di social-proletario rivoluzionario velleitario che direbbe "licenziando un manager si salverebbe il posto a tanti operai..." e imitando baffone "quanta sensoristica serve per sostituire un manager?"   
Mi metto nei panni di un investitore: vorrei il massimo del ritorno dei miei investimenti. Mi accorgerei che probabilmente dovrei intervenire sul modello organizzativo, e questo non costerebbe nulla in termini di hardware (se non qualche libro o partecipazione a corsi). 
Un modello che mi pare interessante è  Martie the management model riportato nel libro  management3 0 di Jurgen Applelo, anche se devo ammettere, il libro non l'ho ancora letto.

Ritengo che il modello comando-controllo, possa andar bene per prodotti assodati ed immutabili o, forse, per gestire brevi emergenze. Ma si può produrre innovazione con un modello aziendale che si ispira all'esercito napoleonico?
Vi sono imprenditori che si appellano al principio di sussidiarietà nei confronti dello stato e della sua invadente burocrazia: è corretto, ma all'interno della loro realtà produttiva questo principio è implementato?


I manager rimarranno sempre, ma il loro ruolo sarà notevolmente diverso e, spero per loro, più interessante